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Chromospazio

10.06.2016

 

Fabrizio D’Amico

“Il fascino discreto del colore unico”

in “La Repubblica”, 24 luglio 2016

 

La pittura di Sonia Costantini è stata, ormai da lunghi anni, fondata sulla scelta assoluta del monocromo. Come tale, essa ha un’illustre tradizione alle spalle: da Albers a Rothko, da Reinhardt a Olivieri, a una parte di quella che è stata nominata – negli anni Settanta del secolo scorso – pittura analitica.Peraltro, la sua immagine è poi diversissima: colma sì di certezze, e di una quasi sfrontata ipotesi di perfezione; e tetragona all’esistente, alla sua imprevedibile varianza, alle sue memorie. Ma anche turbata, questa pittura, da un suo lento andare oltre la superficie: verso una profondità, e come un annidamento nella coltre del suo unico colore, del timbro cromatico dominante. In cerca, dunque, di una profondità respirante, assicurata al dipinto dal paziente lavoro di velature e di stratificazioni di colori diversi.Adesso Mantova le destina un’intensa personale, al complesso museale di Palazzo Ducale (catalogo Electa, a cura di Peter Assmann e Renata Casarin, fino al 28 agosto). Sono opere di grandi dimensioni, spesso percorse da una appena percettibile architettura geometrizzante,Finché questo sotterraneo ‘disegno’ non appaia come un allarme posto sul limite estremo della percettibilità ottica; e fintanto che quell’architettura non s’interni a tal punto nel manto unito colore da qualificarsi come un avviso ulteriore dell’imprevedibilità ultima costruzione pittorica.Allora essa svela, quasi, uno spalto – un ultimo spalto, generato infine da una mano sempre renitente all’assioma – opposto alla fruizione dell’opera come puro atto mentale; un pertugio che la Costantini lascia aperto all’incertezza dell’approdo, e ad una non in tutto preventivata invasione di bellezza.Nel mentre, la luce – compagna assidua del colore della Costantini – s’incarica di erigere e sostenere questi vasti spazi invasi dal silenzio, percuotendoli d’eterno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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